Per l’album “In Fatti Ostili RMX” dei Delta V (la nostra recensione) X.N.X hanno remixato “San Babila ore 20(25)”. Nell’intervista scopriamo come il duo ha dato la brano loro affidato una piega distopica e oscura, con loop ipnotici, sintesi modulare, una voce disincantata che canta il nostro presente.
Nel panorama elettronico contemporaneo, X.N.X rappresenta l’incontro definitivo tra due traiettorie artistiche fondamentali per la musica alternativa italiana. Il duo, composto da Cristiano Santini (storica mente dei Disciplinatha e Dish-is-Nein) e Federico Bologna (sound designer e pilastro di Technogod ed Ohmega Tribe), fonde radicalismo sonoro, attitudine dark industrial ed esplorazione techno in un unico manifesto estetico. Dopo l’ottimo riscontro dell’ep d’esordio “Beautiful World” del 2024, il duo si appresta a rilasciare entro la fine del 2026 il nuovo e atteso album: “All Cats were Grey”, lavoro, composto da otto tracce che si sviluppa come un affascinante dialogo tra l’eredità storica della musica sintetica e la sperimentazione contemporanea. Il cuore del progetto è costituito da sei cover di brani seminali della prima era new wave (a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80). Giganti come New Order, Tangerine Dream, John Foxx, Gary Numan, Simple Minds e Cure vengono così “rivisitati” e totalmente destrutturati attraverso il sound design distopico e tagliente di X.N.X, che restituisce loro una veste attuale e futuristica. A completare la track list, due brani inediti che proseguono e sviluppano la via sonora tracciata con la prima release. Lontani da ogni sterile operazione nostalgica, gli X.N.X dimostrano con “All Cats were Grey” come l’interazione / integrazione tra la tecnologia analogica e quella digitale possano ancora ridefinire lo stato dell’arte della musica oscura indipendente.
Il vostro remix ha una certa caratura cinematografico-elettronica. Come avete affrontato dal punto di vista sonoro la visione del periodo violento descritto dal testo?
Il remix si caratterizza per un sound decisamente cupo, distopico. In primis questo taglio nasce dai background musicali / ascolti miei e di Federico: entrambi abbiamo un corposo passato e presente elettronico di matrice Dark-Industrial, anche se non amo molto rinchiudere la matrice creativa dentro steccati di genere, pur rendendomi conto che sovente sia cosa necessaria. Detto ciò ritengo che in questo caso le nostre matrici si siano sposate piuttosto bene con il testo e le suggestioni del brano dei Delta V. Le immagini (da qui anche il taglio cinematografico del remix) e i suggerimenti che ci hanno dato le parole, sono state la guida principale per definire il taglio da dare alla nostra versione.
Come si colloca a vostro parere questo brano nell’evoluzione sonora dei Delta V, visto che la prima versione risale al 2006, nell’album “Pioggia Rosso Acciaio”?
Credo che questo brano, e più in generale l’imprinting di questa nuova produzione Delta V, le cui avvisaglie comunque erano già manifeste nei loro precedenti lavori, si vada a collocare in una fase matura e contemporanea della band. Da un certo punto di vista, possiamo quasi considerare “In fatti ostili” come un concept album, con una linea emotiva che unisce, collega i testi dei vari brani che lo compongono. Anche la musica presenta una forte compattezza atmosferica che dà all’album questo tipo di valenza. Personalmente ritengo questa versione più a fuoco della precedente; la voce di Marti, scura, e melanconica, rende perfettamente le immagini e le inquietudini del brano. La differenza rispetto al precedente credo proprio stia qui.
Nel 1976 Ennio Morricone scrisse la colonna per il film di Lizzani che ha ispirato il titolo della canzone; nel 2018 i Delta V con la prima rielaborazione hanno fatto sì che l’inquietudine urbana degli anni Settanta potesse risuonare anche nel nuovo millennio. È questo il senso anche del vostro remix?
In realtà no, o per meglio dire, la nostra attenzione principale è stata quella di creare un remix che, pur nella nostra visione, sposasse la natura originale del brano. Abbiamo pensato alla contemporaneità più che preoccuparci di fare una trasposizione temporale di suggestioni e inquietudini legate agli anni ‘70, anche perché riteniamo che una San Babila esista anche oggi, contestualizzata ai tempi che viviamo e conseguentemente con i turbamenti che il terzo millennio si porta appresso.
Avete utilizzato un loop ritmico che somiglia a un orologio, quasi un conto alla rovescia verso le ore 20; i suoni iniziali sono drammatici quanto le dissonanze armoniche: avete per caso usato una scala Shepard, che dà l’illusione di ascendere o discendere all’infinito?
Pur avendo già utilizzato la scala Shepard in passato e conoscendola benissimo sia in ambito musicale che cinematografico, l’effetto che sentite in questo brano è una splendida coincidenza. L’obiettivo iniziale era semplicemente quello di creare una sorta di conto alla rovescia ipnotico, con la volontà di tessere una trama tensiva, calibrando i ritmi e i pesi delle frequenze, per spingere l’ascoltatore in un loop temporale. Per questo motivo abbiamo scelto di affidarci ai sintetizzatori modulari, che, per loro natura dialogano con l’artista e introducono variabili imprevedibili, infatti durante la sessione si sono generate autonomamente delle micro-oscillazioni che abbiamo elaborato sulla traccia. Federico lavora con synth analogici da ormai quarant’anni, e se c’è una cosa che ama profondamente è proprio la ricerca di suggestioni magnetiche e risonanze immersive un po’ fuori dagli schemi.
Musica e video legati a fatti di cronaca: potrebbero migliorare la società?
La società in cui viviamo oggi è talmente compromessa in una spirale di decadenza totale e assoluta, imprigionata in questa sorta di sindrome cinese senza fine, che purtroppo non riesciamo a vedere ma una funzione “illuminante” della musica o dell’arte in senso lato.
Articolo di Alessandro Casula
