Settembre: mese di bilanci, di nuovi inizi, e non siate tristi perché l’estate sta finendo e così pure le vacanze. Il primo fine settimana di questo mese ci attende, da 17 anni ormai, il 2 Days Prog +1 Festival che si svolge a Veruno, in provincia di Novara, appuntamento fisso e imperdibile per tutti gli amanti del Rock Progressivo, un evento di riferimento non solo in Italia, ma a livello internazionale. Anche nell’edizione 2025 la line – up è di altissimo livello, con una programmazione che unisce nomi storici del Prog a band più giovani, offrendo una panoramica completa del genere e delle sue varie declinazioni ( dall’Hard Prog al Prog Metal, al Prog Psichedelico).
Gestito dall’associazione Ver1Musica, sempre al top per professionalità, l’attenzione ai dettagli e la perfetta gestione del Festival, questo si distingue per la sua vocazione internazionale, attirando artisti e pubblico da ogni parte del mondo, e quest’anno ne vedremo arrivare anche dal Canada e dal Giappone, con band che spesso si esibiscono con setlist speciali e irripetibili, rendendo ogni concerto un’occasione unica per i fan. A volte vengono chiamati anche musicisti che non sono in tour in quel momento, aggiungendo un tocco di originalità. Sotto un sole che nulla ha da invidiare a quello estivo, ritrovo al mio arrivo al primo appuntamento, venerdì 5 settembre, la tipica atmosfera accogliente e familiare che si respira al campo sportivo di Revislate, e anche per questo mi piace dire che a questo festival ci si sente sempre a casa, un luogo dell’anima in cui il Progressive dimostra di essere una lingua viva e in continua evoluzione e dove spesso e volentieri gli artisti si mescolano ai loro fan, prima e dopo il concerto, e a volte anche nei giorni successivi. Il pubblico è sempre numeroso, attento, e per lo più abbastanza maturo, anche se non sono mancati genitori che hanno portato con loro bambini e ragazzini, perché possano venire contagiati dal virus buono del Prog.
Siamo pronti a dare il via a questa edizione 2025 con emozione e trepidazione: un viaggio tra il Prog più classico e sonorità più moderne come il Djent degli headliner di stasera, o il Rock -Jazz degli storici Colosseum, dimostrando capacità di unire con passione innovazione e tradizione.


Bando alle ciance: puntuali sulla tabella di marcia fanno gli onori di casa i nostrani G.o.l.e.m., formazione talentuosa e di innegabile qualità, dei quali bisogna sempre essere consapevoli della complessità delle strutture ritmiche e melodiche dei brani; in tal senso si trovano diversi riferimenti al classico Prog, ma forse ancor più a quel sottogenere chiamato Occult Rock di cui furono esponenti di rilievo artisti come i Black Widow o i primi Atomic Rooster, oltre che alla fusione di elementi di Psichedelia, Doom e Heavy Rock.


Sin dalle prime note è palpabile l’energia vitale della band e il frontman, Marco Vincini, con la sua presenza scenica magnetica guida il pubblico attraverso una setlist che mescola brani potenti e riff complessi, dove il suono è curato nei minimi dettagli, mettendo in luce la maestria tecnica degli artisti, in particolare l’accoppiata Quattrini/Negri, capaci di padroneggiare tutta la gamma possibile di tastiere.
Il loro approccio musicale è oscuro, cinematografico, ricco di atmosfere potenti e suggestive, fortemente radicato nel cuore del Prog italiano anni ’70, con una meticolosa ricerca di sonorità originali e l’uso di strumentazione vintage.


I loro brani affrontano temi profondi come la ribellione dell’umanità e le ombre della società moderna, e la loro natura complessa richiede diversi ascolti per cogliere appieno la loro lucida follia.
Due album all’attivo per loro, oltre all’ep “Still Life”, una suite che rappresenta un ulteriore passo avanti nell’evoluzione della band che viene rilasciata proprio oggi 5 settembre, e che viene suonata live per la prima volta in assoluto: una conferma del loro talento nel reinterpretare il Prog Rock in chiave moderna senza tradirne l’essenza. La troviamo in area merch, presa d’assalto da amici e fan.


Un inizio col botto per questa edizione del festival, e siamo pronti ad accogliere la seconda artista di oggi, un tocco di bellezza e grazia che fa accorrere i maschietti in transenna: ecco il momento della suadente Rosalie Cunnigham, la cui bellezza e bravura incantano, come una sirena, tutto il pubblico di Veruno. La britannica cantautrice e polistrumentista, nota per essere stata la frontwoman dei Purson, ha intrapreso una carriera solista che ha riscosso un notevole successo di critica, specialmente in Italia.


Pubblica nel 2019 il suo omonimo album di debutto, candidato al Mercury Music Prize, guadagnandosi un posto nella Top 10 della classifica indipendente ufficiale del Regno Unito, ottenendo valutazioni stellari. La sua abilità di creare “pozioni musicali” poliedriche, un mix atipico e affascinante di Rock, Folk, Progressive, Psichedelia e persino Vaudeville – Pop , è una delle sue caratteristiche più apprezzate. Le sue influenze sono chiaramente radicate nel Rock Britannico anni ’70, anche nell’abbigliamento dei suoi musicisti, con riferimenti a band come Beatles e Queen; il suo sound però è sempre fresco e non sa mai di naftalina.


Dalla struttura complessa e stratificata, con arrangiamenti elaborati, i suoi lavori richiedono un ascolto attento, risultando a volte, un tantino “intellettuale” per un ascolto superficiale. Se i Queen avessero registrato un tema di James Bond nel 1972 tra “Diamonds Are Forever” e “Live And Let Die”, probabilmente avrebbe avuto un suono molto simile al brano d’apertura per l’ingresso della Cunningham, “To Shoot Another Day”.


Il suo concerto inizia con un’esplosione di colori sullo sfondo in stile Arancia Meccanica, che richiamano lo stupendo Fireglow Rickenbacker della bassista: Claudia Gonzalez Diaz suona il suo strumento come se Madre Natura gliel’avesse fornito di default alla nascita. Si lancia in un groove incisivo e dal sapore jazz con Aaron B. Thompson, scalzo, all’Hammond, mentre la Cunningham si sporge in avanti, i suoi occhi si spalancano come se volesse affondare le zanne sulla prima fila, ma invece alza il braccio all’aria per suonare altre elettrizzanti note su una Gibson SG.


La sua tutina forse poteva essere indossata solo dal membro più idiosincratico dei Kiss, Ace Frehley, nel 1974: batte le mani, scuote i suoi lunghi capelli corvini e condivide la chitarra solista con Rosco Wilson, che sotto un taglio di capelli e baffi da calciatore anni’70 costruisce il riff e canta con una spinta blues – rock. A questo punto, mentre cala la sera sopra Veruno, il pubblico è in estasi, il puro senso di gioia del momento non sfugge a nessuno, mentre l’epica musicalità della band lascia tutti a bocca aperta: gli artisti si dimenano attraverso una varietà di ritmi e movimenti memorabili, chitarre alzate e assoli space – rock urlanti da togliere il fiato.

Il set si chiude con la psichedelia fuzz di “Ride On My Bike”, ma il pubblico non è sazio, ne vuole ancora, quindi la band torna per un finale con la carnevalesca “Dethroning Of The Party Queen”.
Rosalie Cunningham è un’artista di talento e una cantante dalla voce vellutata che usa le corde vocali tanto quanto la chitarra. Ecco per lei la prima standing ovation, tutti in piedi per applaudire e complimentarsi con questa regina e i suoi musicisti, pronti a partire per la prossima data senza neanche fermarsi in area march. Mentre nell’aria si sente ancora il profumo di Rosalie, il palco viene preparato per il gruppo successivo, più numeroso e decisamente un mondo a parte.


Alex Henry Foster sta per fare il suo ingresso con i suoi The Long Shadows, per la sua primissima volta in Italia, e basta vedere la particolarità degli strumenti per capire che sarà un concerto unico nella sua forma e nel suo genere. Alex Henry Foster è un musicista, cantante, produttore, autore e compositore canadese, ex frontman della band post – rock/noise Your Favorite Enemies, candidata ai Juno Awards.
Con la sua band concepisce musica intensa e passionale, difficile da definire: un mix di Post – Rock dinamico, Indie – Rock alternativo, splendidi paesaggi sonori e vocali.


Una formazione che dal vivo letteralmente brilla come una stella: i sei musicisti sanno come creare un’esperienza coinvolgente per il pubblico, la loro gioia nel suonare è autentica, toccante, magnetica, ogni loro esibizione è unica e irripetibile, dove non si limitano a replicare le canzoni della loro discografia, ma le evolvono e le trasformano in tempo reale. I membri dei The Long Shadows sono eccezionalmente abili, quasi telepatici, nel seguire l’imprevedibile frontman nelle sue improvvisazioni e nei suoi riti quasi spirituali, dal profondo impatto emotivo.


Il suo modo di muoversi e interagire col pubblico contribuisce a creare un’esperienza viscerale e travolgente, chiedendo di alzarsi e venire tutti avanti, but don’t feel ashamed if you want to sit down.
Che problema c’è, sarà lo stesso Alex a scendere dal palco e raggiungere tutti coloro che hanno preferito rimanere ai loro posti. Il rapporto che ha con le persone è intimo, this is community, this is family, e intanto fa l’occhiolino a noi fotografi nel pit.


La gamma di pedaliere e gadget che trasformano il suono delle chitarre, del basso e della batteria è sbalorditiva, e tra cavi e cavetti Alex trova sempre il modo di avere spazio in cui muoversi: e lui si muove davvero. Si contorce a occhi chiusi, portato dalle note, e si contorce ancora in forme che avvolgono le chitarre, suonate in ogni modo tranne che normale, lanciate ai roadies, lanciate al pubblico: un suono spesso impreziosito dai punti esclamativi del flauto, del clarinetto e della tromba.


E poi, quante volte può capitarvi di vedere un concerto che inizia con un chitarrista che suona il suo strumento con un arco da violino? Ve lo dicevo fin dall’inizio che questo sarà un concerto speciale. Gli stati d’animo oscillano e le dinamiche cambiano in modo notevole, improvviso e con un impatto drammatico. L’illuminazione riflette l’atmosfera con colori saturi, fumi e luci strobo accecanti provenienti dal fondo del palco: siamo spesso travolti da tanta intensità, poiché questo artista si immerge più volte in momenti profondamente personali, dove l’angoscia e il dolore prendono il sopravvento, anche se i suoi discorsi tra una canzone e l’altra sono positivi e ottimisti. La musica e le parole, come i sentimenti, vengono dal profondo, e ci ricorda che nonostante il dolore che non se ne va mai, when you think you’re alone there’s always someone near you.


This is real… THIS IS REAL!! urla con fervida passione verso la fine del set, mentre l’aria fresca della sera (e non solo) un po’ ci fa rabbrividire: Alex lascia il palco e per una volta ci concentriamo sui The Long Shadows, la band di cinque elementi che lui stesso definisce “entità aperta”, che ci ha accompagnato in questo viaggio fornendo una colonna sonora dettagliata e ricca di sfumature, non priva di momenti di grande intensità e connessione.


Il palco, per l’esibizione degli headliner, viene ora letteralmente spogliato: a parte le aste dei microfoni e le pedane, non rimane quasi più nulla, sembra quasi di perdersi in quel grande vuoto, che sta però per riempirsi della presenza magnetica dei TesseracT, formazione progressive metal britannica formata nel 2003 a Milton Keynes, con all’attivo 5 album in studio, 2 dal vivo e 4 ep.


Da quando hanno stupito il mondo con con il loro album di debutto “One”, rilasciato il 22 marzo 2011 via Century Media Records, hanno guidato un movimento unico, avventuroso e creativo che ha ampliato il vocabolario del Metal a dismisura. Sebbene vengano spesso etichettati come istigatori del sottogenere Djent, i nostri hanno da tempo trasceso tali associazioni e sono ora ampiamente, e a ragione, riconosciuti come una delle band più autenticamente progressive e uniche sul pianeta.

Si sono costantemente distinti dalla concorrenza forgiando un mondo musicale e lirico che è solo loro, affermandosi come una band di grande potenza live. Dopo cinque anni dall’uscita del loro ultimo album in studio, “War Of Being”, rilasciato il 15 settembre 2023 via Kscope, i titani del Progressive Metal britannico hanno raggiunto il momento più significativo della loro carriera: “War Of Being” è un concept album audace, seppur in piena tradizione prog.


Questo è il disco più impegnativo di questi artisti, ma anche il più profondamente appagante. Dal primo momento in cui sono apparsi è stato chiaro che Veruno e il popolo prog avevano atteso con impazienza questo spettacolo, e il sentimento era reciproco. La scaletta è principalmente incentrata sul loro ultimo lavoro in studio, ogni traccia eseguita con precisione chirurgica e intensità. Il design dello stage si adatta perfettamente all’estetica futuristica ed eterea della band, mentre l’illuminazione esalta la performance, immergendo i presenti in un’atmosfera affascinante, quasi ultraterrena, aliena.
Presumo che i TesseracT abbiano il proprio tecnico luci, perché erano davvero spettacolari, a volte un incubo da fotografare, ma quando le luci sono in sintonia con l’atmosfera aggiungono molto alla presenza scenica.


I breakdown appaiono molto più intensi con i bagliori e la vibrante luce rosso intenso che accecava occhi e lenti, o le luci rosa e blu durante le parti più melodiche che creavano un panorama quasi spaziale. Il vocalist Daniel Tompkins ha dominato la scena per tutta la serata, interagendo col pubblico e ringraziando per la calorosa accoglienza, e portando una sua atmosfera personale, sembrando quasi entrare in trance durante i ritmi lenti di alcune canzoni: si muove da un lato all’altro, si capiva che “sentiva” la musica perché batteva il petto a tempo, e sono abbastanza sicura che chiudesse gli occhi ogni volta che si fermava brevemente per raggiungere alcune note.


La sua estensione vocale è mozzafiato, passando con disinvoltura totale dalle note più alte a quelle più viscerali, mentre il resto della band suonava ancora più affiatato e dinamico che in studio, dimostrando perchè i TesseracT rimangono all’avanguardia nella scena Progressive Metal. I musicisti si muovono in sincronia perfetta, tutto è perfezione in loro, mentre esibiscono un’abilità tecnica impressionante, affinata da anni di esperienza. L’intero spettacolo è pensato per essere un’esperienza immersiva, che “avvolge” gli spettatori; nonostante la complessità del loro sound djent, i TesseracT riescono a mantenere una chiarezza cristallina.

La loro musica è un viaggio che mescola aggressività e momenti di grande delicatezza; le chitarre, suonate da Acle Kahney e James Monteith, sono la vera spina dorsale del sound. Non si limitano a riff pesanti, ma creano texture complesse, poliritmi e melodie intricate. Il lavoro al basso di Amos Williams è altrettanto fondamentale, con linee di basso avvolgenti che si integrano perfettamente con le chitarre. Jay Postones alla batteria unisce forza e precisione chirurgica. Il popolo prog di Veruno reagisce con grande energia, scapocciando, cantando a squarciagola, a volte rivaleggiando con la band stessa. Sebbene non si sia formato un vero e proprio circle pit, questo non ha impedito al pubblico in transenna di pogare un pò e saltare.

In sintesi, un concerto dei TesseracT è un’esperienza da non perdere gli amanti del Metal Progressivo.
La band unisce un’abilità musicale sbalorditiva a una produzione visiva e sonora di altissimo livello, guidata da un leader che ha raggiunto la sua piena maturità artistica. In breve, il concerto dei TesseracT a Veruno è stato un successo che ha riempito di persone la location, i parcheggi, i cuori: ancora una volta confermano il loro status di leader nel panorama del Progressive Metal e del Djent. Sono un’esperienza sensoriale e intellettuale: richiedono un ascolto attento, ma ripagano con una profondità emotiva che pochi altri gruppi sanno offrire. Così si conclude la prima serata di questo prestigioso festival, la più grintosa, ma le prossime a seguire non avranno nulla da invidiare, e ve ne parlerò nei prossimi report.
Articolo e foto di Simona Isonni
Set list Tesseract Veruno 5 settembre 2025
- Intro
- Concealing Fate Part 1
- The Grey
- Natural Disaster
- Echoes
- Nocturne
- King
- Smile / The Arrow
- Legion
- Tourniquet
- Concealing Fate Part 2
- Juno
- The Ballad Of Dave
- War Of Being
