18/07/2024

The Warning, Bologna

18/07/2024

Ottodix, Treviso

19/07/2024

Rufus Wainwright, Melpignano (LE)

19/07/2024

Marlene Kuntz, Bologna

19/07/2024

Vintage Violence, Soriano nel Cimino (VT)

19/07/2024

Vinicio Capossela, Otranto (BA)

19/07/2024

Tre Allegri Ragazzi Morti, Roma

19/07/2024

Teenage Dream Party, Sarzana (SP)

19/07/2024

Dropdead, Piacenza

19/07/2024

A Forest Mighty Black, Montecchio Maggiore (VI)

20/07/2024

Laufey, Gardone Riviera

20/07/2024

Nick Mason, Bologna

Agenda

Scopri tutti

Fabio Caucino “Exit”

Il cantautore sperimenta la sua creatività con spirito artigianale di contaminazione acustica ed elettrica

Ci sarebbe talmente tanto da scrivere su questo bellissimo lavoro del piemontese Fabio Caucino, cantautore, professore, graphic designer, scrittore, conduttore radiofonico e televisivo, che io invece ho deciso di selezionare e parlare solo di tre dei nove testi di questo lavoro. Per un semplice motivo. L’ho già scritto parlando di “Aoh!”, album di Bobby Joe Long’s Friendship Party (la nostra recensione): la bella musica, oggi, va stanata, cercata con fatica e, una volta trovata, diffusa con attenzione, per non farla cadere nelle mani sbagliate. Così vi voglio spingere a conoscere questo lavoro dove la parole regna sovrana, e dove Caucino si è impegnato a suonare l’intero disco in solitario. Un lavoro davvero ben fatto, del quale, mi sia concesso, c’era bisogno.

Il motivo è semplice. Lo cantavano d’altronde già i Bluvertigo, qualche anno fa: Bisogna sempre per forza parlare d’amore? / Bisogna sempre comunque far nascere il sole? / È necessario far credere di fare del bene? / È necessario alle feste donare le rose? Certo, è chiaro a tutti e a tutte che mainstream e commerciale sono una cosa, mentre la musica d’autore è altra storia. Tuttavia, lo diceva bene l’estate scorsa Massimo Bubola (la nostra recensione) in un suo concerto. Ne faccio una sintesi, non me ne voglia: la parola ormai è svalutata e svuotata. Non è più parte essenziale della musica. Gli anni ’80 e ’90, sul fronte grande diffusione, hanno svuotato i suoni; i 2000 e i seguenti hanno privato la parole della sua potenza. Non lo dico io, che non sono nessuno, ma anche il venerato maestro Eddy Cilia. E vi invito a (ri)leggere il suo lungo articolo dedicato a Lucio Battisti (lo trovate in “Extraordinaire 2: Di musiche e vite fuori dal comune”, Amazon editore). Detto questo, qui in “Exit” di valore della parola ne troviamo. E parecchio. Non solo per quanto andremo a dire, ma perché il nostro autore si prende pure la briga di coinvolgere Stefano Benni ed Erri De Luca, due che di parole utili, significanti e incisive, ne sanno parecchio.

E così dei nove brani che compongono questo lavoro uscito il 20 dicembre del 2022 per Zanetti Records / Radio Studio Produzioni , io vi parlo solo di tre. Gli altri sei ve li ascoltate liberamente, con grande piacere, e come si faceva un tempo: con attenzione. Ho scelto tre testi che sono la summa di questo lavoro impegnato e impegnativo: “La stessa storia”, che apre il cd, e poi “Non una parola” e “Verrà il giorno”.

Manifesto sintetico dell’intero lavoro, “La stessa storia” è la classica canzone, e questo non è detto per sminuire, in stile cantautoriale made in Italy. E quanto mancava qualcuno che ne sapesse fare di così belle, ben costruite, senza giri di parole, senza parlarsi addosso e senza ricerca di un mood indie ormai quasi del tutto insopportabile. Caucino pulisce, semplifica e, così facendo lancia macigni (e non solo in questo brano). Viviamo tutti la stessa storia / cerchiamo di stare a galla / tra forma e sostanza / tra offerta e domanda. Diciamolo, solo chi davvero ha macinato, e parecchio, Forma e sostanza (C.S.I di T.R.E) e il famigerato produci, consuma, crepa (CCCP di “Morire”), lo può poi ruminare così. Non importa che Caucino abbia davvero ascoltato questi brani. Le corrispondenze non le inventiamo noi nell’epoca di Internet, ma le aveva già ben chiare Charles Baudelaire (1821-1867).

Dunque, che ci sia rimando o meno, poco ce ne importa. Di fatto il risultato non cambia, perché fa capire subito che questo album parla di noi, delle nostre contraddizioni e della nostra sopravvivenza. Non solo esistenziale. Non solo economica. Ma anche storica, perché la questione è davvero seria, a ben vedere. Bisognerebbe piantare degli alberi / ogni volta che nasce un poeta / Ricominciare ad essere liberi / per ritrovare di nuovo una meta. E se non ci vogliamo vedere la questione delle questioni, e cioè quella che il filosofo Alfred North Whitehead chiamava “Il concetto di natura”, allora basti pensare a quello che disse Moravia ai funerali di Pasolini: hanno ucciso un poeta, e il poeta dovrebbe essere sacro. Ne nascono pochi. E così si capisce che dosare bene le parole, saperle valorizzare, è anche fonte di aria fresca, e ci permette di respirare bene, e vivere meglio.

Poi diciamolo, perché il vero artista non è mai un profeta, ma solo uno che sa guardare e, soprattutto, leggere la sua epoca. Credo che questo passaggio non necessiti di commenti: Bisognerebbe rinascere clandestini / in mezzo a una strage di bambini. Senza dimenticare, in questo verso, la bellezza di una altro album che è nel dna di questo lavoro, e cioè “Da questa parte del mare”, concept album di Gianmaria Testa del 2006. E qui, nel lavoro di Testa, la frase di Caucino viene anticipata in questo modo:

In fondo al mare
Canta una sirena
E in mezzo al mare va
Una barca scura
Che ha perso il vento perso
Dalla sua vela
E chi la sta a aspettar
L’aspetta ancora

“Non una parola” e “Verrà il giorno” ci portano nel cuore dell’ultimo lavoro di Caucino. E qui siamo in quel filone che va dai grandi parolieri colti, gli inossidabili classici – secondo la nota definizione di Italo Calvino – De Gregori e Guccini, ai più attuali cantautori come Federico Sirianni (la nostra recensione), Giacomo Toni, Vieri Cervelli (di certo lontano anni luce per via del genere musicale), Banadisa (ascoltate il suo “Suerte”) e, io lo aggiungo pur se è in atto una mutazione, il top di gamma Vasco Brondi. Perché in queste due canzoni c’è, semmai, il graffio che c’era nei primi due lavori de Le luci della centrale elettrica.

Un tempo, un amico, mi disse che si doveva aspettare di avere i capelli bianchi come Sgalambro per scrivere “Shock in my Town”. Citando Max Collini, ora mi verrebbe da dire La maestra non ritenne di fare altre domande. Credo, infatti, che ci siano urgenze. E queste arrivano, e ci sono, e si presentano a tutte le età. Sia che si sia filosofi, alla Sgalambro (lo dico con cognizione di causa, Sgalambro era, ed è, un filosofo vero che, con Battiato, ha saputo e voluto solo divertirsi… ma leggete i suoi libri!), sia che si sia cantautori in quello che un tempo era il ricco Piemonte. La necessità, è ben chiara, in “Non una parola”, ed è quella di molti: Ho bisogno di parole diverse / da quelle quattro che sento per strada. Aggiungiamoci pure sui social, nei media generalisti e nel tritacarne di un’informazione che consuma notizie. Ho bisogno di un rifugio permanente / ho bisogno di attivare la mia mente, e non solo per trovare il famigerato centro di gravità, ma anche solo per respirare. Dare boccate d’ossigeno. Trovare rispetto per le elementari regole di grammatica della vita quotidiana. Datemi frasi complesse / perché possa sentire un battito / voglio un codice / un linguaggio / un pensiero finalmente libero.

Se aveva ragione da vendere il Morgan dei Bluvertigo, Caucino vi aggiunge quella che, ormai, è una vera necessità. Qui c’è in gioco molto di più del semplice far musica. Abbiamo buttato alle ortiche, per essere gentili, una Musa. Un’arte. Un modo di raccontare il mondo e, con questo, una facoltà del pensiero che si esprimeva con musica. E, come canta poco più avanti Caucino, non è solo questione di Scaricare più letteratura / che sia più tempo per la scrittura, perché il problema è ben più grave. Non c’è contatto / non c’è passione / solo parole digitali / senza comprensione canta, rafforzando i concetti fin qui già messi ben in evidenza. Osserva, pazienta / stupisciti ancora e… vivi. Ed eccolo, pur se minoritario, l’antidoto al famigerato produci, consuma, crepa

Il problema, però, è evidente ed è davanti agli occhi, e nelle orecchie, di tutti e di tutte. Ma quale musica ribelle / quale nuova canzone da imparare / la mia generazione non ha tempo, non ha parole / non ha pretese d’immortalità. Tutto qua, e non è poco. Nient’affatto. Perché lo spazio vitale per questa arte, che aveva sognato di cambiare il mondo e, in parte, lo ha fatto, dato che Bob Dylan, ricordiamolo, un Nobel per la letteratura lo ha portato alla causa, rendendo chiaro a tutti e tutte che la canzone è letteratura, non c’è più. O, se c’è ancora, questo spazio ormai è ridotto a sgabuzzino ai margini dei grandi eventi di mero consumo.

La canzone, invece, ha a che fare con la vita. Deve. È necessario. Altrimenti, come canta Caucino al termine di “Verrà il giorno”, ma quale musica leggera / da cantare / quale canzone d’autore / da consacrare / quando mi sento lento / fuori gioco, fuori tempo / fuori da ogni misero intervento.
Tutto il resto del bello che questo album canta e fa pensare ve lo lascio scoprire. Da soli. E credetemi, è un’esperienza da fare. Non ve ne pentirete.

Articolo di Luca Cremonesi

Tracklist di Exit – Piano B
1. La stessa storia
2. Rimando solo
3. L’amore addomesticato (una volta sola)
4. Dipingi l’anima
5. Non una parola
6. Verrà il giorno
7. Io cambio
8. Tra frastuono e silenzio
9. Anima

Fabio Caucino online:
Sito web www.fabiocaucino.com/
Instagram www.instagram.com/fabiocaucino/
Facebook www.facebook.com/fabio.caucino/

© Riproduzione vietata

Iscriviti alla newsletter

Condividi il post!