Posso io, cresciuta nei primi anni duemila, avere la pretesa di misurare il peso storico di un gigante come Paul McCartney? Sono davvero in grado di dire qualcosa di nuovo su di lui e sui Beatles? Probabilmente no. Posso però raccontare il mio McCartney: quello scoperto da ragazzina, maturato in anni di ascolti costanti e ritrovato lo scorso 29 maggio tra le note del suo nuovo album, “The Boys Of Dungeon Lane”.
Il fuoco eterno di Paul McCartney
Paul McCartney è, a tutti gli effetti, il demiurgo del Pop. È il superuomo che ha forgiato la canzone moderna, creando lo strato di terra fertile da cui tutto il resto — e quando dico tutto intendo proprio tutto — ha preso ispirazione ed è fiorito nei decenni. La rivoluzione dei Beatles resta ovviamente un’impresa collettiva, ma ciò che McCartney ha saputo plasmare una volta rimasto solo, superando i primi inevitabili ostacoli e uscendo dall’ombra protettiva di quel mito ingombrante, giustifica ampiamente la venerazione globale che ancora lo circonda. Parliamo di un uomo artisticamente immortale, e se quel fuoco creativo è rimasto acceso per oltre sessant’anni, non c’è motivo di credere che abbia smesso di bruciare proprio ora.
“The Boys Of Dungeon Lane”
Le aspettative nate attorno al primo singolo, “Days We Left Behind”, facevano presagire un lavoro prettamente malinconico, tristemente melenso. “The Boys Of Dungeon Lane” è effettivamente un disco nostalgico, ma non nel senso penoso del termine. È un cammino che ripercorre strade già battute dallo stesso Macca, affrontate con quella vitalità pop e quella classe cantautorale che non lo ha mai abbandonato. Dall’alto dei suoi ottantaquattro anni, questa rievocazione del passato non pretende di tornare indietro: quello che è stato, semplicemente, è stato. C’è spazio per la nostalgia e per lo sguardo rivolto all’indietro, ma il sentimento si traduce in gioia, rifiutando di rinchiudersi mestamente nei ricordi. Accanto a questa ritrovata serenità convivono quelle incursioni più intime, dove è fisiologico che un uomo della sua età guardi alla sua giovinezza.
L’anima rock emerge intatta e graffiante nelle corde di “As I Lie There”, dove i riff di chitarra sembrano provenire dall’epoca d’oro dei Wings. È confortante sentire come Paul custodisca ancora tutto questo fuoco e trovi il desiderio di tirarlo fuori. Nell’ascoltarlo, diventa inevitabile riflettere su come la sua voce si sia evoluta nel tempo; mi sono ritrovata più volte a immaginare come sarebbe risuonato questo disco con il timbro di una volta.
Eppure, per quanto inevitabilmente più fragile, la sua voce non gli vieta di divertirsi. È ormai chiaro che le corde vocali non riescano a stare del tutto al passo con la sua immutata virtuosità compositiva, e se questo significa concedersi un piccolo aiuto in fase di produzione, che ben venga: alla sua età e con la sua storia, non c’è niente di sbagliato. Dopotutto, stiamo parlando di Andrew Watt, producer che ha confezionato gli ultimi lavori dei più grandi del rock. E mi piace che, a differenza di altre sue produzioni, questa non sia eccessivamente compressa e plasticosa.
Questo legame organico con il passato si avverte chiaramente in diverse parti del disco. È il caso di “Lost Horizon”, un pezzo che sembra uscito direttamente da Flaming Pie. Quell’infallibile guizzo pop-rock si muove agile tra le epoche, virando verso l’upbeat di “Ripples in a Pond”, una traccia melodicamente impeccabile come solo lui sa concepirle, per poi spingersi verso territori decisamente più psichedelici con “Mountain Top”. Le corde più emotive dell’album si scoprono forse negli omaggi agli affetti di una vita. In “Down South”, McCartney firma un tenerissimo tributo all’amico perduto George Harrison, rievocando con delicata poesia i loro viaggi in autostop alla fine degli anni Cinquanta, quando la vita era ancora lontana dai riflettori. Oppure “Home to Us”, un revival che vede la partecipazione di Ringo Starr, sigillando una fratellanza che supera il tempo e le assenze. Molto personali anche la ballata retrò “Salesman Saint” e la malinconia sospesa di “Momma Gets By”: due tracce fortemente narrative, che dipingono lo sfondo della Liverpool del secondo dopoguerra e della storia dei suoi genitori.
Outro
È chiaro che non siamo di fronte a un capolavoro assoluto: nella sconfinata discografia di McCartney sarebbe difficile posizionare questo lavoro davanti alla maggior parte dei suoi successi. Ma nessuno, in fondo, si aspettava un miracolo. Abbiamo ottenuto esattamente ciò che volevamo: un album piacevole, solido e assolutamente all’altezza del suo nome. D’altronde, ogni volta che un monumento della musica pubblica qualcosa, il rischio — a meno di flop clamorosi — è quello di esagerare con gli elogi, quasi come se qualsiasi cosa sfiorata da queste leggende debba essere per forza grandiosa. Io stessa mi riconosco un po’ soggetta a questo bias. Ma davanti a un pilastro non solo della storia della musica, ma della mia personalissima vita, sento che è giusto così: so perfettamente che non è un disco perfetto, ma è Paul McCartney. E il fatto che sia ancora tra noi a fare musica è per me solamente un grande onore.
Articolo di Marta Mazzeo
Tracklist “The Boys Of Dungeon Lane”:
- As You Lie There
- Lost Horizon
- Days We Left Behind
- Ripples in a Pond
- Mountain Top
- Down South
- We Two
- Come Inside
- Never Know
- Home to Us feat. Ringo Starr
- Life Can Be Hard
- First Star of the Night
- Salesman Saint
- Momma Gets By
Paul McCartney online:
Instagram: https://www.instagram.com/paulmccartney/
