“L’algoritmo della musica. Da Pitagora all’Intelligenza Artificiale” è il nuovo libro, edito da Tsunami, di Renato Caruso, chitarrista, compositore e divulgatore scientifico musicale. Una riflessione profonda sul legame tra arte, matematica e tecnologia, che invita il lettore a viaggiare nel tempo, in un percorso che parte da Pitagora e attraversa i secoli analizzando l’evoluzione matematica e musicale, fino ad arrivare ai moderni algoritmi di Intelligenza Artificiale applicati alla composizione e alla produzione sonora. L’opera mette in evidenza come l’esperienza musicale sia oggi profondamente influenzata da processi algoritmici e come numeri e suoni siano due facce della stessa medaglia. Il libro propone una visione interdisciplinare e si articola in sezioni che approfondiscono temi quali l’acustica, la teoria musicale, la matematica delle armonie, la fisica del suono e il ruolo delle tecnologie digitali nell’era contemporanea.
Renato non ci sentiamo da due anni, da quando è uscito “Tempo-Musica” (la nostra recensione e intervista); molto sul tuo lavoro è già in quella intervista, avevo già chieste, quindi mi concentrerei soltanto sul tuo nuovo libro, “L’algoritmo della musica. Da Pitagora all’Intelligenza Artificiale”.
Prima cosa volevo sapere se è un po’ il proseguimento appunto di “Tempo-Musica”, c’è un fil rouge o è un progetto del tutto nuovo?
C’è una sorta di connessione da una parte, dall’altra invece questo libro raccoglie tutti gli appunti che ho preso per me stesso in circa vent’anni di questa materia, Scienze della Musica; ci ho messo un po’ di ordine e alla fine è nato il libro. Però sì, la materia è sempre quella. Diciamo che è un capitolo tutto nuovo, che è un libro di divulgazione dove si parla di storia della musica dal punto di vista scientifico, ecco.
È un libro difficile da leggere? Ovvero, è un libro solo per musicisti o anche per tutti coloro che si occupano di musica pur non essendo musicisti?
Sì, è per tutti, è un libro divulgativo, parla di musica, scienze e filosofia. Certo, magari per gli studenti delle scuole medie è un po’ difficile, però già va bene alle superiori, infatti sta riscuotendo buoni riscontri in ambito scolastico, nei Conservatori, nelle Università. Dà un altro sguardo alla musica, che non è il solito sociologico, ma fa capire quanto è importante la matematica nella musica.
Matematica e musica, non viene da abbinarle no? Finché tu non hai reso divulgativa la connessione, sembravano due mondi un pochino isolati, che magari si toccavano, ma non che si compenetravano nel modo in cui tu riesci a spiegarcelo in modo chiaro.
Diciamo che la matematica, ma come la fisica prima, oppure l’informatica oggi, hanno sempre svolto un ruolo complementare alla musica. Senza la matematica noi non avremmo la musica di oggi, ma a partire dalla comunicazione della stessa, dal fatto che i dati vengono compressi, per il telefono, l’MP3, gli algoritmi, le playlist, l’autotune, il MIDI, l’Intelligenza Artificiale … Insomma, senza questo strumento che si chiama matematica, noi non saremmo qui.
Il sottotitolo è “Da Pitagora all’intelligenza artificiale”, quindi dentro c’è non solo matematica, informatica, musica, ma anche storia…
Esatto, sulla storia, sulla filosofia, su un po’ di tutto, sì. Però si arriva all’Intelligenza Artificiale; da quando è uscito “Tempo-Musica”, l’AI come argomento è diventato pervasivo. Tutti cerchiamo di entrarci, tutti cerchiamo di capire bene se ci dobbiamo difendere, se la dobbiamo usare e come la dobbiamo usare per farci del bene e non farci del male.
L’Intelligenza Artificiale è qualcosa di cui un paio d’anni fa si parlava come prospettiva, ora se ne parla come presenza pervasiva.
Dobbiamo conviverci ormai perché l’Intelligenza Artificiale è il nostro presente, però dobbiamo stare attenti a usarla, nel senso che se è data in mano alle persone che ne sanno, allora è un plus valore, ma data in mano a persone che non ne sanno niente è una rovina. Quindi bisogna capire a chi si dà in mano questo strumento. E cosa dire, dal punto di vista dell’ascolto diventerà quasi impossibile decidere se un brano è stato fatto dall’essere umano o dall’intelligenza artificiale perché ormai sono talmente potenti gli algoritmi che non riesci più a capirlo. Forse la musica “umana” si sposterà tutta sul lato live, nel senso che solo live tu oggi riesci a capire chi è veramente il musicista, perché solo guardando un concerto provi emozioni, vedi una persona che si muove, che tocca le corde, che si emoziona, che suda, insomma è lì che vedi l’artista, però dal punto di vista dell’ascolto individuale sarà sempre più impercettibile questa cosa.
Ma anche nel live di alta fascia l’AI è ormai presente, viene utilizzata per rendere lo spettacolo diverso da qualsiasi cosa mai vista prima, in modo impressionante, anche distopico. In questo senso l’AI può essere utilizzata anche nel live, non sostituendo il musicista ma espandendo le possibilità artistiche più che musicali, perché la musica non è soltanto suoni e note, è anche espressione artistica più complessiva.
Certo, si integrerà sempre di più, bisogna conviverci e quindi gli strumenti AI sono di utilizzo futuro certo, ma come è stato il MIDI per tanto tempo utilizzato dall’umano per integrare alcune parti, il vero artista si vedrà poi quando suonerà lui davvero. A prescindere da quello che fa, da quello che integra, da quello che suona, anche se suona una macchina intelligente ma è sempre lui, è la persona che viene prima, è il corpo che parla.
Tu come musicista e come compositore come usi l’intelligenza artificiale?
Beh io sto capendo come funzionano i vari algoritmi, come funziona il tutto, la studio, anche perché io mi occupai di questo tema, pensa, nel 2006; io feci una tesi di laurea informatica a Bologna, dal titolo “l’intelligenza Artificiale nella musica jazz”, quindi mi è sempre interessato l’argomento. Mettere insieme l’Intelligenza Artificiale e il Jazz sembra un paradosso, perché il Jazz è la musica dell’improvvisazione per eccellenza, ma se capisci l’importanza della matematica nella musica cambi paradigma.
Secondo te l’intelligenza artificiale potenzia l’artisticità del musicista, in qualche modo la indirizza senza che l’artista se ne renda conto fino al prodotto finale se non ha fatto uno studio accurato come hai fatto tu? È un rischio che appiattisca l’arte?
Sì, è un rischio però, come tutte le innovazioni che si è sapute usare, è un pro. Quindi anche quando hai Andy Warhol sui primi computer e capisci la graphic computer, insomma, capisci determinate cose per il futuro. Dipende tutto da come si usa e da chi la usa. L’unico rischio è che tante persone che creano qualcosa con l’intelligenza artificiale dicano Eh, ho creato io questa musica. In realtà tu non hai creato niente. Quindi il rischio è che tanti artisti possano passare veramente per artisti che in realtà non capiscono niente né di musica né di intelligenza artificiale. Questo è il rischio, insomma, però per il resto bisogna conviverci.
E l’ascoltatore medio, quello non colto in musica, come può capire, come può discernere e quindi indirizzare i propri ascolti?
Eh, ma quello non capirà. È impossibile, anche perché poi queste musiche vengono distribuite attraverso piattaforme digitali, quindi non c’è neanche da dire ho il disco in mano, leggo l’album in mano, leggo i credit. Quando compravamo i vinili, tiravamo fuori la inside cover, leggevamo i credit, chi ha suonato cosa, magari era una scoperta perché c’era qualche featuring speciale. Con lo streaming non sai nulla, non sai chi ha suonato, chi ha prodotto, eccetera.
Il medium attraverso il quale ascoltiamo la musica influenza anche questa incapacità di comprendere, dunque.
Certo, perché insomma la musica ormai non è solo l’ascolto, c’è appunto il medium, c’è tutta la matematica dietro, è sempre lì che si ritorna. Sempre a Pitagora. Ma infatti il libro cosa vuole dire? Che da Pitagora noi siamo partiti, per lui spiegava tutto il numero, e a Pitagora siamo arrivati, l’Intelligenza digitale non è altro che un calcolo probabilistico ma di numeri, cioè quello che produce non è musica ma sono numeri e poi vengono tradotti in musica, però alla fine sempre numeri. Ecco, ed è il futuro, tutti ci arriveranno prima o poi. Ora siamo in quella zona grigia in cui le persone si affacciano e usciranno forse tra un po’.
Quindi tu vedi positivo nel futuro?
Sì, perché è uno schema di evoluzione. Quando ci sono state le macchine a vapore, i computer, Internet che rovinava la vita: invece hanno semplificato tante cose. Certo, alcuni posti di lavoro non esisteranno più, però ce ne saranno altri, nel senso che si chiama evoluzione, non possiamo fermarla, è inutile pensarlo. E negativo, perché, come ti dicevo prima, bisogna capire a chi la dai in mano l’AI. Se la dai a persone inesperte, quelli rovinano, ma come con tutte le cose, come con Internet per esempio. Non so cosa succederà, però insomma io sono sempre positivo.
Riguardo al diritto d’autore, perché i numeri sono numeri e sono di dominio di tutti, mentre comporre è un atto creativo che è protetto appunto dalla giurisprudenza? Spiegami qual è il futuro, di che cosa vivranno i musicisti, senza neanche questi introiti. O il diritto d’autore si deve evolvere in modo diverso?
Questo ancora non si capisce bene, le notizie sono abbastanza ambigue, al momento l’unica legge è che se tu produci un brano con l’AI, se c’è un apporto umano la puoi depositare, quindi se tu crei un brano, magari scrivi il testo o metti qualcosa alla melodia o all’armonia, tu la puoi depositare, basta che ci sia l’apporto umano, lì è tua. Se non c’è l’apporto umano è praticamente solo dell’AI, quindi al momento è questo. La Warner dal 2026 ha firmato un contratto con Suno, dove dice che si possono usare le voci o insomma i mood degli artisti famosi per l’utilizzazione, quindi anche Warner ha capito che bisogna entrare in questo mondo, quindi la causa che aveva fatto in passato è chiusa. Per me è sempre l’integrazione lo snodo, basta dire che questo è un prodotto fatto sia dall’AI sia da me, e basta. Alcune piattaforme come Deezer dovrebbero ora permettere di dire questa cosa, alcune si stanno avvicinando, alcune come Spotify ti dicono che eliminano automaticamente i brani caricati fatti dall’AI. Però ora siamo ancora all’alba di questa situazione, quindi non so come andrà a finire.
Le edizioni musicali cambieranno totalmente?
Forse cambieranno, comunque per esempio se Shakira darà il permesso di usare la propria voce o il proprio mood, a Shakira arriverà sicuramente qualcosa, perché chi la usa pagherà. Ma ormai è l’unica frontiera per far ricevere dei soldi agli artisti. Se tu vai su Suno ci sono intere playlist bellissime e i soldi non vanno a nessuno. Se ti senti tesa e vuoi una musica rilassante, basta che tu la chieda a Chat GPT e la piattaforma te la crea appositamente secondo le tue specifiche richiesta, e i diritti non sono di nessuno. Quindi il musicista deve lavorare di conoscenza su due diversi fronti. Uno, padroneggiare gli strumenti, informatici, matematici, per far sì che l’Intelligenza Artificiale sia uno tra i tanti strumenti per comporre. L’altro è capire come muoversi nel mondo del music business per tutelare quello che ha fatto. I nuovi contratti di edizione, come cedere i diritti del proprio mood, della propria voce, eccetera. Insomma, bisogna che i musicisti si rimboccano le mani e studino un pochino.
E quindi il tuo libro potrebbe essere già un sussidiario…
Il mio è un punto di inizio, però non affronta tutte le tematiche che sono uscite fuori negli ultimi mesi. Insomma, ti apre un attimino gli occhi su quello che c’è stato finora, perché io ho studiato la storia della scienza della musica, quindi so cos’è successo prima per arrivare a qui. E quindi ti apre gli occhi, ti apre un altro sguardo alla musica. Ecco, un po’ una base dove cominciare a conoscere, un po’ rasserenarsi, diciamo, e capire che ci sono gli strumenti per affrontare questo grande cambiamento, per poi ognuno andare a studiare quello che è funzionale alla propria musica, alla propria arte. La frase dovrebbe essere “più ne sai, meglio è”. Perché l’Intelligenza Artificiale, se tu ne sai di un argomento, allora ti aiuta. Io la interrogo spesso, però alcune cose le sbaglia. Ma perché lo dico? Perché io le so. Se non ne sai, combini solo guai. Ovviamente io faccio seminari, conferenze, faccio anche formazione quindi insomma, devo studiare, ragionarci. Devi sapere bene quello di cui stai parlando e solo farti aiutare dall’AI. Alla fine non è che un acceleratore artificiale, uno strumento velocizzatore. Quello che tu faresti in un mese, ora lo fai in un giorno. Ma il contenuto devi comunque riguardarlo, conoscerlo, ispezionarlo, citare le fonti. Sono cose fondamentali, e si ritorna al controllo umano. E devi sapere com’è nata l’AI, se non ne sai, ti rovina. Essendo la musica matematica, è una scienza. Bisogna riparametrare la nostra visione in questo senso, cioè non è solo arte, è anche scienza, e quindi affrontarla in questo modo.
Articolo di Francesca Cecconi
