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Teatro degli Orrori intervista

Tre nuove date live a settembre. Di questo ed altro ne parliamo con Pierpaolo Capovilla

Il 2025 è stato l’anno dei grandi ritorni. Tra questi, con grande piacere, il ritorno sul palco de Il Teatro degli Orrori, una delle band più amate e controverse della scena indipendente italiana. Quando sembrava che il loro tour fosse già arrivato all’ultima fermata, ecco la sorpresa: tre nuove date annunciate all’improvviso – il 25 settembre al Monk di Roma, il 26 al Duel di Napoli e il 27 all’Ex Macello di Putignano (BA). Ne abbiamo approfittato per fare qualche domanda al frontman Pierpaolo Capovilla per parlare non solo di musica, ma anche di quel mondo malandato che ci scorre intorno e dentro, condizionando le nostre vite.

Quest’anno è stata una grande sorpresa vedervi tornare sul palco e, con ulteriore sorpresa, sono state annunciate tre nuove date. Cosa vi ha portato dopo dieci anni a riunirvi sul palco?
Inizialmente sono state le proposte fatteci dalle agenzie, a spingerci a fare dei concerti. Il denaro, dunque, il vile denaro, inutile negarlo. Poi però… Ritrovandoci, mettendo a disposizione reciproca le nostre forze, professionale, artistica e intellettuale, ci siamo ritrovati anche dal punto di vista umano, e non era scontato. Dopo dieci anni di incomprensioni, è stata una gran bella sorpresa constatare che la musica riusciva ancora a unirci. E che musica sia.

C’è un brano che oggi, rifatto dal vivo, assume un significato diverso da quando l’avete scritto?
Bella domanda! La risposta è… purtroppo no. Ho sempre scritto canzoni autobiografiche o, per meglio dire, intimamente legate alle mie esperienze personali. Il fatto è che nessuno di noi vive da solo, ma tutti viviamo insieme agli altri. È in questo ‘insieme’ che si svolgono i racconti delle canzoni de Il Teatro degli Orrori; questo insieme è diventato più brutto, triste e disperato di prima. Chi di noi non vive, oggigiorno, l’inquietudine della guerra? E allora mi vien da dire che le nostre canzoni sono purtroppo ancora attuali, fors’anche più di prima. Viviamo tutte e tutti in un mondo profondamente ingiusto.

Il Teatro degli Orrori è tornato anche in un momento storico particolare, dove molti artisti si guardano bene dallo schierarsi, quasi volgendo meschinamente lo sguardo per non vedere ciò che accade. Credi che la musica stia perdendo lo spirito di denuncia e ribellione?
Non lo credo. Credo altresì che coloro che volgono lo sguardo da un’altra parte andrebbero tutti mandati a quel paese. Siamo tornati, nostro malgrado, anche per questo. Ovviamente nessuno di noi si crede indispensabile, in questa tragedia collettiva, ma possiamo, vogliamo e dobbiamo saper renderci utili. La canzone popolare serve a questo, è ‘manutenzione civile’ dei principi democratici ai quali non ci siamo mai disaffezionati.

Hai continuato parallelamente alla musica la tua attività di lettura delle poesie di Majakovskij. Nella poesia “La guerra è dichiarata” ci sono dei versi che sembrano scritti ora: Alla città accatastata giunse mostruosa nel sogno/ la voce di basso del cannone sghignazzante / mentre da occidente cadeva rossa neve in brandelli succosi di carne umana. Da dove nasce la tua passione per questo poeta russo e cosa ti spinge a portare in giro le sue poesie?
Majakovskij per me è un santo da pregare. Come lo sono Esenin, o Chlebnikov. Come diceva il poeta?: A noi, di Dio, che c’importa… da soli, ai nostri santi, daremo l’estrema unzione. Il comunismo, per me, non è una questione ideologica, ma di fede: credo nella grandezza del cuore umano. Credere, è quanto di più salvifico si possa concepire. Comunque sia, io sono cristiano, ed è stato proprio Majakovskij a indurmi a riavvicinarmi alla religione: non è, questa, un’iperbole o un’allegoria, perché in Majakovskij il divino è ovunque. Leggerlo per crederci.

Se dovessi lasciare al pubblico una vostra sola canzone da portarsi a casa dopo questo tour quale sarebbe?
Sono particolarmente affezionato a “È Colpa Mia”, perché è un’ammissione di responsabilità: non ho fatto abbastanza, non ho mai lottato davvero fino in fondo, non sono stato all’altezza dei tempi in cui viviamo, mi sono lasciato distrarre, e fors’anche corrompere, e me ne vergogno.

Articolo di Daniele Bianchini
Foto di Francesca Cecconi

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