Cristiano Godano presenta l’album d’esordio solista “Mi ero perso il cuore”

“Mi ero perso il cuore” è il primo album solista di Cristiano Godano, fuori il 26 giugno 2020 in digitale, CD e doppio vinile da collezione 180gr che contiene una bonus track, su Ala Bianca Group/Warner Music. Una collezione di canzoni che raccontano i demoni della mente, un disco molto intimo e personale, che ha il coraggio della paura e esibisce questa poetica vulnerabilità.

Cristiano Godano si esibirà il 2 luglio in un mini live alla Galleria D’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e approfondirà il nuovo album e temi di attualità con Nicola Ricciardi, direttore artistico delle OGR di Torino (ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, verrà trasmesso in streaming sul canale YouTube della GAMeC). Inoltre presenterà il suo libro “Nuotando nell’aria” il 16 luglio al Circolo dei Lettori di Novara. 

Cristiano Godano, artista poliedrico, è cantante, chitarrista, autore, attore e scrittore. Oltre a essere il cantante dei Marlene Kuntz, band che ha segnato la storia della musica italiana in 30 anni di carriera, è l’autore di tutti i testi (oltre 130) della band. Nel 2008 ha esordito come scrittore, con i sei racconti de “I vivi” (Rizzoli), dai quali ha tratto un reading che ha portato in tour in tutta Italia. N el 2019 ha pubblicato il racconto biografico in prima persona “Nuotando nell’aria. Dietro 35 canzoni dei Marlene Kuntz” (La Nave di Teseo). È docente all’Università Cattolica di Milano e tiene lezioni e workshop in ambito musicale e poetico.

Cristiano Godano intervista

Cristiano Godano foto_Francesca Cecconi

Una conferenza stampa in streaming, e non poteva essere diversamente in questo momento. Abbiamo così avuto la possibilità di intervistare Cristiano Godano a casa sua, e gentilissimo ha risposto a tutte le domande di noi giornalisti musicali connessi, con pazienza e cura.

Ci sono voluti davvero molti anni perché tu decidessi di fare un disco solista senza i tuoi Marlene.

Prima di accettare d avventurarmi in questo cimento ho desiderato essere sicuro di quello che facevo, e poi ho anche desiderato trovare il momento giusto senza turbare quello dei Marlene Kuntz, che è il mio progetto principale, amo la creatura Marlene Kuntz, sono nato musicalmente con Riccardo De Luca quindi volevo essere molto cauto. E poi c’è un’esigenza di natura proprio artistica, io 7-8 anni fa ho iniziato a fare situazioni solitarie, in realtà un’ibridazione fra musica e parole, io mi ritrovo con interlocutore che mi fa domande alle quali rispondo, inframmezzando con delle suonate dal vivo e questa cosa poco per volta mi ha fatto sempre più prendere entusiasmo nei confronti della suonata solitaria con la chitarra acustica ho trovato un suono, una mia interpretazione. A quel punto sono arrivato a capire che non potevo continuare a suonare i pezzi dei Marlene Kunts, che era doveroso avere dei pezzi miei personali per continuare questo percorso.

Tu riesci a esprimere quello che pensiamo mentre noi non troviamo le parole … come ci riesci?

Come io ci riesco di preciso non saprei, c’è di mezzo l’esperienza e anche la consapevolezza, che per me è un valore molto importante e io ne parlo in un libro che ho scritto un anno fa, s’intitola “Nuotando nell’aria”, insisto molto sul valore della consapevolezza che io ho capito molto presto nel mio percorso che era molto importante, cioè fin dall’inizio mi sono trovato a rispondere a un’affermazione impegnativa, mi si dava del poeta, già dopo i primi due dischi noi avevamo un dialogo serrato con il nostro pubblico che ci scriveva. Io ho immediatamente capito che non potevo ringraziare e basta, che dovevo prendermi la responsabilità, e ho cercato di capire perché me lo dicevano, quali sono i meccanismo della poesia, quali sono i tratti che accomunano la poesia e il testo della canzone. Quando scrivo i miei testi ci metto un’esperienza che mi consente di governare quello che dico, proprio come fanno gli scrittori di romanzi.

Ascoltando il tuo disco ci ritroviamo e il Cristiano Godano che conosciamo, il tuo cantato, la tua scrittura, pur con un approccio intimista che non sfocia mai nel fragore dei Marlene. Io non ho notato che è molto diverso l’arrangiamento, come l’hai pensato?

L’arrangiamento del disco è opera dei musicisti che hanno suonato con me, e li ringrazio tantissimo per quello che hanno fatto, Luca Filippi, Gianni Maroccolo e Luca Rossi. Io semplicemente prima di entrare in studio ho provato molto con loro, soprattutto con Gianni e con Luca , perché volevo proprio fargli capire che cosa mi aspettavo da queste canzoni. Loro conoscevano il mio songwriting, avevano sentito la canzone nuda e cruda, chitarra e voce, e gli avevo spiegato qual’era il mondo mio di riferimento, quello che avrei adorato sentire sia dal punto di vista del suono che degli arrangiamenti. Addirittura, parlando con Gianni, lui spingeva quasi più di me ad andare nella direzione dell’essenzialità, della scarnificazione, perché lui sapeva che queste canzoni stanno in piedi anche da sole. Quindi non avevano bisogno di arrangiamenti fastosi, di sezioni d’archi, è un disco che si potrebbe anche pensare arrangiato in un altro modo, penso a certi dischi con forti componenti orchestrali che amo, ma è stato un chiaro intento sin dall’inizio ho voluto mantenere questa intimità del songwriting originario. Poi da lì in avanti abbiamo semplicemente suonato insieme in studio, alcune take sono anche proprio riprese insieme, quindi ancora grazie ai musicisti per aver creato questo risultato insieme, e dunque gli arrangiamenti sono l’esito di un lavoro comunitario.

Il 2 luglio ti esibirai live a Bergamo, la città più colpita dalla pandemia. Che spettacolo hai in mente?

Sarà un’emozione tornare sul palco, lo sarà anche per la sensazione che finalmente questa situazione sta finendo, noi musicisti abbiamo passato il tempo a confabulare tra noi sul sentimento della paura, “quando ci lasceranno suonare?” Finalmente accadrà, siamo riusciti a passare un momento senza certezze. E sarà un’emozione decuplicata dall’essere a Bergamo, in un luogo che nell’immaginario degli italiani è diventata una città martire. Non suonerò tutto il disco, sarà una chiacchierata con un interlocutore, mischiata a pezzi scelti dal disco che penso più comunicativi, per me sarà un modo per prendere dimestichezza con pezzi nuovi che non ho mai suonato dal vivo, che nessuno ancora conosce.

Com’è stato suonare con una squadra musicale diversa dai Marlene?

Nessun senso di distacco, perché ho fatto un disco con un’atmosfera diversa dalla musica dei Marlene, se avessi voluto fare qualcosa di simile avrei solo rimpianto di non essere con loro a quel punto. Io desideravo fare un disco che impedisse alla gente di dire “beh, poteva farlo coi Marlene”. Poi ho suonato con persone che conosco, Gianni Maroccolo lo conosco da 25 anni, lui ha fatto anche dei tour con noi, ci intendiamo a meraviglia. Simone e Luca fanno parte degli Ustmamò, e sono ottimi musicisti con cui ho condiviso la scena degli anni ’90. Non avevo mai suonato con loro, e la curiosità era tantissima. La loro sensibilità e il loro acume musicale sono state cose che mi hanno messo a mio agio fin dalle prime battute, e ho capito subito che con loro il disco sarebbe andato nella direzione giusta.

Questo pensi che sia un album da leggere oltre che da ascoltare?

Io penso che anche gli album dei Marlene Kuntz andrebbero letti. Io scrivo un certo tipo di testi che non sono per tutti, non lo dico con il sussiego di voler essere elitario perché non lo sono. Io vorrei che i nostri pezzi fossero graditi dal mondo intero, mi rendo conto però che i miei testi vanno letti se si vogliono comprendere: sono intensi e hanno pathos, io gioco e ammicco con le parole, faccio riferimenti ipertestuali, utilizzo degli intendimenti meta-letterari che rischiano di non venir compresi nel loro intento artistico se non vengono letti con attenzione. I testi di questo mio disco sono forse più immediati rispetto a quelli dei Marlene, ma se li si legge appagano indubbiamente di più.

Articolo di Francesca Cecconi

Track by track dell’album

La mia vincita

È la canzone che apre il disco ma è l’ultimo pezzo arrivato in composizione, non molto prima di entrare in studio. Musicalmente è la prima di tante ballate che si susseguiranno, intervallate raramente da qualche pezzo più rockeggiante o anomalo. Dunque il disco parte con parole positive, in cui viene smascherato fin da subito quello che parrebbe essere un problema risolto: le prevaricazioni della mente, dei suoi labirinti e dei suoi parossismi, sconfitte dal cuore che, essendo stato ritrovato, viene posto al centro dell’esistenza come principio guida. La mente infatti mente, come si usa dire, e per guarire dai suoi inviluppi, quelli che portano a sottomissioni frustranti o stati simil-depressivi, si deve cercare di liberarsi di lei. Esistono anche tecniche millenarie, poi riprese da approfondimenti o perfezionamenti moderni, che attraverso stati meditativi permettono di allontanarla per lasciare spazio al cuore. Il ritornello della canzone però mette in guardia… Chissà se tutto ciò durerà? Ritrovare il cuore vuol dire porsi al riparo per sempre dagli assalti della mente?

Sei sempre qui con me

È una canzone in cui con non poca difficoltà cerco di rappresentare una presenza assente, una persona che resta ossessivamente nella testa dell’io narrante, che la vede ovunque al solo evocarla, finanche in maniera del tutto indiretta e inconsapevole. E quella presenza si fa talmente potente da diventare figura ben delineata nella sua immaginazione: al solo “vederla”, ne viene influenzato e soggiogato, quasi come per osmosi. Quell’anima infelice e inevitabilmente incorporea che è la presenza assente è sempre con lui, nel bene o nel male. Ogni giorno e ogni notte. E in questa azione influente, la mente dell’io narrante ha terreno fertile per rimettersi in circolo coi suoi labirinti, le sue gabbie, le sue menzogne, i suoi dedali, riprendendo a seppellire il cuore con la sua progressiva prevaricazione. La base ritmica di Gianni Maroccolo e Simone Filippi crea i presupposti per un delizioso groove, e la slide di Luca Rossi sulle aperture mi riconduce a mondi musicali a me enormemente cari.

Ti voglio dire

È una canzone sull’amicizia, è un pezzo che tentai anche coi Marlene Kuntz prima che il progetto del disco solista prendesse consistenza, ma poi decisi di volerlo usare unicamente per me, per conferirgli l’atmosfera che ora lo caratterizza. I ruoli si interscambiano: ora, colui che subisce la mente e i suoi tranelli e cade nei suoi stati di depressione e crisi esistenziali, è il destinatario delle parole di un io narrante che è l’amico pronto e disponibile. La depressione è una bestia molto strana da comprendere da chi non la subisce, e le reazioni che in genere vengono offerte sono ciò che il depresso non ama sentirsi dire (“non hai niente… stai bene, di cosa ti lamenti?”). In questo caso l’amico del cuore ammette di esserci passato a sua volta e sa comprendere la gravità della situazione: proprio per questo si mette a disposizione, con garbo e discrezione, sapendo rispettare i tempi del sofferente, che chiederà aiuto nel momento che riterrà più opportuno, senza forzature. I cori sul ritornello, di Luca Rossi e Simone Filippi, conferiscono calore suppletivo.

Com’è possibile

Insieme al pezzo che chiude il disco è il pezzo più dall’anima country che io abbia mai composto. E’ un modo di strimpellare la chitarra, quando suono in casa, che mi appartiene da tempo, e che stavolta ha preteso di essere portato a compimento nei panni di una canzone vera e propria. Amo questo modo di suonare, pacificato e rasserenante. Eppure il testo è decisamente inquieto, e in modo allusivo indica possibili brutti scenari futuri per il pianeta (tra pessime derive politiche, ribellioni sociali e deturpazioni irreparabili della natura e del clima). Bob Dylan viene citato con una delle sue canzoni più celebri (Blowin’ in the wind, che divenne il simbolo della generazione pacifista in America, con le sue ansie e le sue paure) e la massima celeberrima di Kant (“il cielo stellato sopra di noi, la legge morale dentro di noi”) viene rimodellata in chiave abbruttita e pessimistica, attualizzata e resa specifica, particolareggiata e contingente.

Lamento del depresso

È la canzone che controbilancia “Ti voglio dire” sul tema dell’amicizia ed è il pezzo meno distante dall’anima dei Marlene Kuntz, o perlomeno presumo: il suo incedere è rock, e il finale spinge sull’emotività con urla definitive. Qui l’io narrante torna a essere il depresso, che intercetta in una persona che credeva un amico un pavido incapace di comportarsi come tale, e che anziché riuscire a offrirsi per garantire sostegno e conforto, scappa di fronte alle sue responsabilità presunte. Il lamento si fa straziante anche e soprattutto perché nel modo feroce che ha la mente di sguinzagliare i fantasmi e le ossessioni la sua possessione diventa estrema, e il depresso percepisce in una stretta di mano poco calorosa e sintomatica di una fuga il segno di un tradimento inappellabile e atroce. Quel falso amico verrà dunque estirpato dalla lista dei veri amici. Sempre sul finale adoro il basso di Gianni Maroccolo, capace di sottolineare lo strazio con note lancinanti e perfette.

Ciò che sarò io

La menzogna della mente amplifica ogni disagio e l’io narrante è travolto nel vortice delle sue ossessioni e delle sue turbe, che lo rendono vulnerabile e esposto con sempre meno difese alle potenziali brutture del mondo. Ogni evento esterno si fa minaccioso, e l’abitazione diventa l’unico microcosmo vivibile, da dove poter tenere distante la realtà esterna. La partenza della donna amata per un’altra destinazione lavorativa assume le proporzioni di una tragedia, e lascia intravedere un futuro di solitudine, che ingenera un timore eccessivo, figlio di quelle amplificazioni vorticose. Il dramma diventa enorme e insostenibile, e l’esistenza pare trasformarsi in un incubo. E’ uno dei miei pezzi preferiti, perché il suo bpm è arretratissimo e ogni tocco sugli strumenti diventa essenziale per mantenere vivo il pathos e impedire alla canzone di sedersi su se stessa con la sua inesorabile lentezza. E siccome questo accade, quando un pezzo lento diventa così potente io ne sono particolarmente affascinato. L’assolo di Luca Rossi sul finale è uno dei momenti musicali più intensi che sia mai finito su un disco con mie/nostre musiche: lo adoro e mi emoziona tantissimo ogni volta che lo riascolto. 

Ho bisogno di te

Canzone pensata fin da subito per essere un duetto. Volevo mettere in campo la voce della donna già evocata in “Ciò che sarò io”, il pezzo precedente in scaletta, la cui partenza tanto subbuglio ha creato. Ora lei non c’è più, e il protagonista si sente perso, lasciato solo con le sue ardue lotte contro gli assalti della mente, senza qualcuno a cui aggrapparsi. C’è bisogno di un conforto e di qualche rassicurazione, e nel ritornello lei garantisce che a breve tornerà. Ovviamente le due preziose coriste, Valentina Santini e Alice Frigerio, danno voce alla lei in questione, e la miscela dei loro due timbri rende celestiali e quasi oltremondane le parole dette per tranquillizzare l’uomo in preda dei fantasmi. Magnifici gli interventi di Vittorio Cosma al pianoforte, pieni, pastosi, presenti eppure discreti nell’ottenere la dolce morbidezza di supporto alle voci eteree, e l’ascolto in cuffia garantisce una emotività in grado commuovermi per quanto la sento intensa e genuinamente sofferta. Cantai e registrai questo pezzo come provino sulle rive del lago di Monate, nel varesotto, dal mio caro amico Lory Muratti, e così toccante mi sembrò tale traccia da non voler rifare la voce in studio quando poi registrai il disco. Mantenni dunque il bpm di quella registrazione e in studio registrammo solo la parte musicale e le voci delle coriste.

Dietro le parole

L’io narrante medita sull’uso delle parole nei lavori poetici, in grado di veicolare potenti suggestioni e sedurre. Ma dietro le parole ci può stare un uomo vulnerabile, e la sua diretta conoscenza può contribuire a ridimensionare le idealizzazioni di chi ne ha subito il fascino. Il gioco perverso dei demoni scatenati dai vortici della mente enfatizza questa consapevolezza, e egli diventa poco per volta insicuro e cupamente riflessivo. La mia voce interpreta il testo adeguandosi al suo significato, e si fa flebile e quasi sospirata per rendere al meglio i due aggettivi cantati nel ritornello, ovvero “debole” e “fragile”: ne esce un’esile vocalità sempre in procinto di spezzarsi, delicata e soffusa. Il pezzo ospita il flauto e la melodica di Enrico Gabrielli, e tali arrangiamenti, bellissimi e estremamente evocativi, conferiscono una caratterizzazione precisa e suadente ai 4 minuti e mezzo della sua durata.

Padre e figlio

Un padre e un figlio hanno un diverbio acceso, e il padre ci ripensa a distanza di qualche ora provando forte commozione e tristezza. La canzone non si tira indietro, e il suo tono mesto cerca di rendere al meglio il turbamento. C’è un nonsoché di “leonardcoehniano” che mi soddisfa molto, non cercato ma istintivamente trovato. È forse la canzone che mi procura il più forte impatto emotivo e sarà molto, molto intenso suonarla dal vivo. Sicuramente fra le mie preferite del disco. Pennellate di piano e di cori femminili la impreziosiscono qua e là con misurata delicatezza.

Figlio e padre

Un figlio evoca la figura paterna e al ricordo di quello che fu e di quello che non è più, fantasmi si agitano sullo sfondo provocando sentimenti di angoscia e paura. La parola stessa (“paura”) viene nominata e cantata nel ritornello, e sono particolarmente felice di aver avuto il coraggio di nominarla in modo così manifesto: trovo fascinoso il coraggio della paura, senza il timore di esibire sentimenti sconvenienti per il consolidamento della propria immagine pubblica. Assenza di remore e di giri di parole per arrivare dritti al punto: i Marlene Kuntz non si sono mai tirati indietro da questo punto di vista, sempre addentrandosi nei meandri dei turbamenti quando l’ispirazione lo imponeva, esattamente come le grandi opere artistiche hanno fatto nel corso del tempo, dalla letteratura alla pittura, dal cinema alla poesia. Ancora Enrico Gabrielli interviene con raffinato buon gusto inserendo magnifiche note di flauto, per definizione dotato di un suono quasi impalpabile, così come impalpabile e ineluttabile è il tema della canzone.

Panico

Questo pezzo mi vede impostare una sorta di reading frenetico, così come da intenti era fin da subito, da quando le prime note di chitarra hanno cominciato a girare nella mia testa tre o quattro anni fa. Insieme a Lamento del depresso è la canzone più dichiaratamente rock del disco, e la base ritmica di Gianni e Simone crea senza fronzoli il presupposto per una descrizione sonora del panico provato dal protagonista-io narrante. Il testo è molto basato sulle immagini, per quanto non del tutto definite e facilmente identificabili: sono il contorno realistico e scenografico entro il quale la sensazione di sbigottimento e terrore poco per volta lievita, lo scenario che determina il suo scatenarsi irrefrenabile. Enrico Gabrielli suona un sax nervoso, urbano, metallico, non troppo lontano dai fragori di certo free jazz che ho sempre ascoltato con curiosità e godimento. Un timbro perfettamente adeguato all’esplosione finale, dove il protagonista intravede il suo futuro negli abissi di una voragine. In sottofondo il violino, sempre di Gabrielli, cuce la trama di una sorta di nevrosi, perfetta rappresentazione del rapporto straniato tra individuo e ambiente circostante.

Nella natura

È un pezzo che mi piace definire bislacco, perché musicalmente ha alcune peculiarità, prima fra tutte il fatto che il suono della mia chitarra portante è stato ottenuto registrandolo da un iPhone. E poi ci sono un harmonium e clarinetti giocosi, che lo impreziosiscono di suggestioni leggermente stranianti a me assai gradite. Il testo parla del proficuo rapporto che si può instaurare con la natura, che permette di attenuare le turbe della mente allontanandole poco per volta a favore del dialogo “primigenio” che con lei si instaura. Una giornata storta può essere raddrizzata da una passeggiata lenta e calma in un bosco, e, detto en passant, questa è a tutti gli effetti diventata una terapia consigliata per lenire o allontanare gli effetti disturbati di stati depressivi o disagi esistenziali vari. Al netto di queste consapevolezze scientifiche, la canzone racconta di effetti non cercati a priori, ma ottenuti incidentalmente e apprezzati a posteriori.

Ma il cuore batte

Il disco chiude con la seconda ballata dal sapore decisamente country. Sono estremamente felice del sound di questo pezzo, quasi rurale, come se provenisse da una suonata serale fra amici in qualche luogo ameno e suggestivo di campagna o di montagna, col tramonto a lottare per gli ultimi istanti finali di supremazia con la notte sopraggiungente. Mi è quasi possibile immaginare e prefigurare un ambiente sonoro latente, e non mi stupirebbe prima o poi in qualche ascolto notturno con le cuffie percepire la presenza di qualche uccellino fantasma. In questo incanto paesaggistico è bello immaginare la pertinenza delle immagini del testo, che racconta dell’irrefrenabile anelito alla vita nonostante tutto. Il mondo gira e le cose accadono, e fra di esse il battito del cuore, incessante nella sua regolarità fintanto che l’esistenza procede. Nonostante tutto, per l’appunto.